un film per ragazzi tra realtà e videogioco

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Il quattordicenne Frank all’uscita da scuola trova uno zaino abbandonato contenente una vecchia macchina fotografica e una chiavetta USB. Giunto a casa scopre che all’interno di questa vi è uno strano programma/gioco che, dopo avergli chiesto la conferma alla partecipazione, apre sullo schermo un ambiente virtuale nel quale il ragazzino fa la conoscenza di una coetanea intrappolata all’interno. In Labyrinthus Frank scopre inoltre che ogni oggetto o persona ritratta in una foto del vetusto apparecchio finisce catapultata all’interno del software e la versione reale marcisce o finisce in una sorta di coma. Inoltre un inquietante figuro di nero vestito lo spinge a trovare un codice contenuto tra le pagine del gioco, unico modo per salvare la nuova amica appena conosciuta che, peraltro, non ha ricordi della sua vita precedente.

Tra reale e virtuale

In concorso all’edizione 2015 del Giffoni Film Festival, Labyrinthus è una classica produzione per ragazzi che utilizza il media videoludico quale motore scatenante degli eventi, il tutto in una chiave fantastica legata appunto a un innovativo connubio software/hardware in grado di catapultare letteralmente i malcapitati protagonisti all’interno del gioco. Un’operazione indirizzata a un pubblico under 18, di provenienza belga/olandese e firmata dal regista prettamente televisivo Douglas Boswell, che intrattiene con semplicità tramite dinamiche abusate che guardano ai relativi media di riferimento, tanto che alcuni passaggi citano esplicitamente livelli di titoli per console e PC più o meno famosi (come quello delle carte da gioco riportante alla memoria il coevo di Alice: Madness Returns), all’interno di un impianto adolescenziale/romantico di scarsa originalità. Dove il film convince è in alcuni spunti ironici di discreta fattura e nella suggestiva resa visiva, capace di dar vita a un mondo virtuale pieno di pericoli e insidie dietro ogni angolo, col particolare avatar di Frank comparente quale un cappellino volante a guida dei coetanei intrappolati. Il tutto naturalmente avviene perché così deve essere, senza un briciolo di motivazione pseudo-scientifica a riguardo, ma in questi casi inutile porsi domande vista la voluta semplicità di base su cui si regge l’intero costrutto. E nelle varie forzature di sceneggiatura alla fine rimane una domanda: che fine ha fatto il povero gatto?

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