Un’estate d’amore, la recensione del film con Rachael Leigh Cook

Maya Sulliway, madre vedova, ha appena accompagnato la figlia pre-adolescente ad un campo estivo e decide di trascorrere i mesi caldi nel tentativo di diventare una contabile. Per ricevere i crediti necessari accetta di lavorare come tirocinante alla compagnia tecnologica Kizzmit, famosa per aver creato una popolare applicazione social, nonostante le sue conoscenze informatiche siano pari allo zero.
In Un’estate d’amore Maya decide comunque di impegnarsi a fondo per raggiungere il suo traguardo, cercando anche la collaborazione dei più giovani colleghi nella sua stessa situazione. La donna non ha però tenuto in conto di aver fatto colpo sia sul C.E.O. della società, lo spigliato Will Martin, che sul C.F.O. Colin Fitzgerald, temuto per la sua esigenza nei confronti dei dipendenti.

Donna in amore

Una donna single, possibilmente vedova perché un po’ di tormento interiore non guasta mai, e due uomini belli e ricchi a contendersela: la ricetta per un pubblico di casalinghe annoiate è servita in Un’estate d’amore, produzione televisiva del 2016 diretta dalla specialista Lynne Stopkewich. Romanticismo a buon mercato e ad alto rischio inflazione nell’impianto base della sceneggiatura, che però trova, inaspettatamente, una buona spigliatezza nella relativa messa in scena. Nei novanta minuti di visione non mancano infatti momenti frizzanti, e la contagiosa simpatia della protagonista interpretata da Rachael Leigh Cook (nota al pubblico videoludico per essere la doppiatrice di Tifa nelle versioni anglofone del franchise di Final Fantasy) è al servizio di dialoghi spigliati e divertenti, che ironizzano con lucidità sul moderno mondo del lavoro. Tra rivalità poi appianate coi colleghi, telefonate alla figlia in vacanza e discussioni su possibili flirt con la migliore amica, Maya si troverà di fronte ad un assalto amoroso combinato da parte dei due superiori, scoprendo con il procedere degli eventi quale sia l’uomo giusto per lei. La spontaneità dei personaggi deve comunque fare i conti con diverse banalità assortite che riportano l’insieme al relativo target di riferimento, fino al più che ovvio e scontato lieto-fine.

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