Yardie, recensione dell’opera prima di Idris Elba

Yardie, il titolo del romanzo di culto scritto da Victor Headley nel 1992, è un termine gergale inglese riferito agli abitanti di edifici contenenti il minimo indispensabile, i cosiddetti government yards. È in quell’ambiente che si muovono i personaggi principali del libro, giamaicani trapiantati a Londra e destinati a fare carriera nel mondo della criminalità organizzata. Ed è lì che si colloca il primo film da regista di Idris Elba, attore britannico popolare sia in patria (Luther) che a livello internazionale (The Wire, Thor, Il libro della giungla), che per il suo debutto dietro la macchina da presa – presentato al Sundance e alla Berlinale 2018 – ha scelto di adattare una parte del romanzo, focalizzandosi su un giovane giamaicano, Dennis Campbell detto D (Aml Ameen), che dopo la morte violenta del fratello si ritrova a lavorare per un boss locale. Su sua richiesta il ragazzo si reca a Londra, dove un affare andato male lo costringe a reinventarsi in una città che non conosce, dove l’unico legame con il mondo di prima sono la sua compagna e la figlia piccola…

La guerra dei mondi

Elba, nato a Londra da genitori africani, conosce bene l’incrocio fra culture diverse e ne fa il centro visivo ed emotivo di Yardie, che funziona al meglio proprio nella sezione giamaicana, dove i colori caldi e le interpretazioni naturalistiche mettono in evidenza secoli di tradizioni senza mai scivolare nella caricatura. Diverso è il discorso per la parte londinese, dove il neo-regista si allontana dalle atmosfere più verosimili che lui stesso conosce bene come attore e racconta invece una storia più generica e zeppa di cliché, tra cui una performance altalenante di Stephen Graham – l’unico volto relativamente famoso nel film, poiché Elba non appare – nei panni del cattivo. Sono due realtà che collidono, all’interno del racconto ma anche davanti alla macchina da presa, quasi fossero due progetti diversi costretti a coabitare in modo leggermente squilibrato. Tanto è etnograficamente affascinante la prima parte quanto è stereotipata la seconda, una concessione ai luoghi comuni del cinema gangster di ambientazione londinese che rimane interessante solo per la presenza di personaggi forti che riescono a mantenere per lo più intatto il sapore di un film fieramente diverso che in alcuni punti attraversa il confine per diventare quasi più commerciale. Una promessa cinematografica mantenuta solo in parte, che però contiene abbastanza elementi solidi e accattivanti da pensare che Elba possa diventare una delle voci registiche più interessanti del cinema britannico meno vistoso.

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